Il 61,16% degli utenti che, giornalmente, visita Tech Scene, lo fa utilizzando un browser tra i più famosi e discussi degli ultimi anni. Stiamo parlando di Google Chrome, ovviamente.

Recentemente è stata sollevata una questione che fa discutere chiunque si sia trovato a dover utilizzare questo browser, magari su una macchina non proprio recente. La sua velocità, punto di forza del marketing aggressivo adoperato da Google per il lancio sul mercato del suo prodotto, viene da molti messa in discussione.

Come dicevamo poc’anzi, Chrome, dati alla mano, ha letteralmente stracciato la concorrenza. Un risultato incredibile, se consideriamo lo strapotere di Firefox e, prima ancora, di Internet Explorer, in un mercato che tutti, tranne Google, ritenevano ormai saturo.

Il problema della velocità, comunque, è reale. Rispetto a quando venne lanciato, la versione odierna di Chrome consuma parecchia più RAM. Cosa che, specie sulle macchine più datate, può considerarsi un vero e proprio collo di bottiglia. Allora per quale motivo continua ad essere il browser preferito dalla maggior parte degli utenti (desktop e mobile)?

L’ecosistema offerto da Google in termini di affidabilità per il backup ed il recupero dei propri dati, l’integrazione con gli altri servizi di Google, un parco estensioni imponente ed aggiornamenti costanti sono alla base della decisione degli utenti. Sarebbe complesso tornare a Firefox, sapendo che quella estensione che tanto usiamo su Chrome, magari poco blasonata, non è presente.

C’è dell’altro, comunque. In effetti, c’è un fondo di verità su quanto percepito da parte dell’utenza di Chrome. Due fattori fondamentali hanno decretato il suo successo nell’immediato. Ed ora che Google sembra essersi adagiata sul fronte marketing, tali peculiarità, tanto sbandierate al lancio, sono diventate ancora più evidenti quanto più evidente è diventato il fatto che si trovasse di trovate pubblicitarie.

Il primo l’abbiamo già evidenziato sopra. La velocità di Chrome venne sbandierata ai quattro venti. Si trattava di una velocità reale, frutto di uno sviluppo minuzioso anche nel rispetto degli standard web, cosa che rese felici anche parecchi webmaster in giro per il mondo, che non si trovarono più costretti ad ottimizzare i propri siti con tweak e fix ad hoc per ogni singola versione di browser adoperata dai propri utenti. Il successo di Chrome ha scatenato una tendenza verso il rispetto degli standard che perdura ancora oggi, in un settore in cui Opera, prima, e Vivaldi, in seguito, hanno addirittura superato Chrome.

Questa velocità andò scemando, versione dopo versione, con l’aggiunta di nuove funzioni che mancavano al lancio. Il browser, infatti, al suo arrivo, non era di un altro pianeta, come Google voleva farci credere. Era semplicemente ottimizzato per gli standard dell’epoca. Questo, e l’assenza di alcune funzioni fondamentali, come il supporto alla rotellina del mouse, l’integrazione del Flash Player (che convinse molti a scegliere Chrome per la sua natura “All-In-One”), la sincronizzazione dei dati ed altre funzioni che, seppur mancanti anche alla concorrenza, rendevano di fatto il browser leggero perchè maggiormente ottimizzato.

Con il passare del tempo, grazie al suo design intelligente e funzionale ed all’aggiunta delle varie funzioni che Chrome, fino alla versione 4.0-5.0, non aveva, il browser iniziò a prendere piede rispetto alla concorrenza. Ciò che però non ci venne detto fu che, in concomitanza con l’aggiunta di queste funzioni, immancabilmente il browser iniziò ad appesantirsi e, nonostante sia onesto sottolineare il lavoro di ottimizzazione di tutto rispetto fatto in fase di sviluppo, una certa pesantezza di fondo ha iniziato a mostrarsi, specie nelle build più recenti, con l’avvento di streaming in HTML5 ed altre funzioni esose in termini di risorse, come il nuovo lettore di file PDF integrato, che, seppur non sempre utilizzato dagli utenti e quindi non “pesante” di suo, ha richiesto naturalmente un lavoro che avrebbe potuto concentrarsi, invece, su altri aspetti, come il miglioramento della funzione “OK Google”, cui il colosso di Mountain View ha invece preferito la sua completa rimozione in ambito desktop.

Il secondo fattore che, a nostro avviso, è stato determinante ma che non ha apportato migliorie sostanziali, è stata l’astuta mossa di rilasciare major release così assiduamente da superare, in breve tempo, la concorrenza. In neanche un anno, infatti, Chrome già arrivava a numeri altisonanti “es. versione 20”, quando la concorrenza, presente sul mercato da anni, era ferma alla versione 9 o 10.

Questo, agli occhi dell’utente medio, stava ad indicare passi da gigante nello sviluppo, cosa che, invece,quasi non aveva correlazione con il rilascio di una major release. Ad oggi, una major release, per l’utente medio, aggiunge davvero poco. Quel che è peggio è che anche la concorrenza si è dovuta adeguare, ed è così partita, per Firefox ad esempio, una sorta di rincorsa al “numero più grande”. La funzione di autoaggiornamento faceva da appoggio a tale strategia di distribuzione per trasmettere sicurezza ed affidabilità nell’utenza che, così, percepiva un supporto costante del prodotto scelto per la navigazione del web.

Per carità, Chrome è, ad avviso di chi vi scrive, ancora un ottimo browser. La sua pesantezza, comunque, è perfettamente giustificabile, anche dalla crescita esponenziale del “peso del web”, di gran lunga superiore alla crescita della banda larga. Un gap che non tende ancora a limarsi. La strategia di mercato ha senz’altro contribuito alla sua diffusione, ma Chrome rimane un punto di riferimento per lo sviluppo del web (ed è uno stimolo per la concorrenza ad un miglioramento costante, come è possibile anche vedere dagli ultimi sviluppi di Microsoft con il suo browser Edge).